LAVOROEBELLEZZA

L'ottimizzazione dei tempi e dei profitti, unite ad un'interpretazione a senso unico della globalizzazione dell'economia, sta corrodendo in molte organizzazioni l'originaria bellezza del lavoro: superfluo, se non addirittura mal visto, il lavorare con piacere. Le conseguenze individuali e sociali sono prevedibili. Questo è un blog aperto a tutti quelli che credono nella bellezza del lavoro. E dunque la rivogliono.

Eccomi

Utente: gruppo4ottobre
Come soggetti lavoratori: chi siamo? In quale direzione i tempi nuovi ci stanno mandando? Stress, dubbi, incertezze, risposte vaghe, preoccupazioni serie. Per questo abbiamo deciso di incontrarci...

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venerdì, 24 marzo 2006

"L'egoismo comune cagiona e necessita l'egoismo di ciascuno. Perche' quando nessuno fa per te tu non puoi vivere se non t'adopri tutto per te solo. E quando gli altri ti tolgono quanto possono e per li loro vantaggi non badano al danno tuo, se vuoi vivere, conviene che tu combatta per te, e contrasti agli altri tutto quello che puoi...anzi se tu cedi un passo gli altri ti cacciano indietro di venti passi, adoperandosi ciascuno per se' con tutte le sue forze; onde bisogna che ciascuno contrasti agli altri quanto puo' e combatta per se fino all'ultimo" (G.Leopardi - 1820)

Leggo oggi sul blog di Carnesalli: "A una destra* che magnifica le meraviglie del libero mercato e del trionfo di una flessibilita' che e' solo precarieta', si affianca e si oppone una destra che cavalca le insicurezze, le angosce, le paure che quella flessibilita' porta con se': cantori del libero mercato e crociati contro la globalizzazione
nel contempo".

* Destra nell'accezione meravigliosamente semplificata da Norberto Bobbio in "destra e sinistra".


 

Postato da: gruppo4ottobre a 08:41 | link | commenti (1) |

lunedì, 14 novembre 2005

CAMBI DI MESTIERE / CAMBI DI STAGIONE

 

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I mestieri sono come le stagioni: hanno sofferto anche loro di un periodo di bassa identificazione (ricordate?, non sono più le stagioni di una volta, quando l’inverno era inverno e la primavera era un’altra cosa; sono sparite le mezze stagioni), così che era persino ovvio pensare che si potesse passare dall’uno all’altro, senza discontinuità rilevanti, quasi fosse inevitabile che si andasse attenuando tutta la “terra di mezzo” che separava una competenza da un’altra.

 

 

Erano i tempi in cui tutto si presentava più semplice, forse un po’ confuso e indistinto, e a guidare le danze erano imprenditori alle prime armi, un po’ romantici e non certo sofisticati.

 

 

Poi sono emersi, via via, mestieri “prevalenti”, il cui attraversamento precostituiva una condizione privilegiata per attingere posizioni di rilievo, più larghe e gerarchicamente pesanti.

 

 

Nella fase “industrialista” dello sviluppo, era persino ovvio che a contare fossero i ruoli più produttivi, quelli ingegneristici in particolare, o comunque legati alle attività di fabbrica. Abbiamo avuto, poi, l’età segnata dai destini commerciali delle imprese in competizione nei mercati e dallo sviluppo conseguente delle competenze di marketing.

 

 

Mano a mano che l’impresa si è andata smaterializzando hanno cominciato ad emergere le professioni impalpabili, quelle costruite sui numeri e sui marchingegni finanziari. Anche il mestiere si è nobilitato sacrificando il materiale all’immateriale, in nome della borsa, delle trimestrali, del profit sharing  e delle stock option generose.

 

 

L’impresa, forse, ne ha risentito; il tessuto economico complessivo non sembra aver fatto grandi  passi avanti, ma nel frattempo abbiamo avuto promossi ai vertici nuove figure di manager-imprenditori, con una diversa eleganza di tratti, un sottile profumo di status e una vague internazionale di buone relazioni e di altrettanto marcato spirito elitario.

 

 

Si è venuta progressivamente polarizzando una nuova stagione, favorevole alle carriere monotematiche, quelle, per intenderci, che enfatizzano aree specialistiche  che tendono ad essere ubiquamente pervasive, senza più remore di dubbi o di riserve.

 

 

Quello che si vuol dire, non è che sia ingiustificato il successo del mestiere oggi per eccellenza, quello cioè di derivazione economico-finanziaria: semplicemente, però, non è chiaro né automatico, perchè ad un solo percorso verticale si debba oggi assegnare la quasi totalità delle chance di acquisire dignità di elite.

 

 

E questo, per alcune ragioni anche molto semplici. La principale delle quali ruota attorno al tema delle professioni illusoriamente (o per loro stessa natura)

 

 “capacitanti”

 

 

Gli “esperti” di un settore tendono (anche qui, per loro natura) a trasformare la loro competenza in una condizione di privilegio che ha nome “autorità”. Si è un’autorità in un certo campo, e questa autorevolezza specialistica fornisce uno statuto di rispetto che abilita ad assumere ruoli in altri settori, più ampi, con progressiva assunzione di potere.

 

 

La  nuova posizione, guadagnata per i meriti acquisiti in un settore molto più definito e settoriale, consente di  decidere non sulla base di ciò che si sa, ma sulla base della legittimità del posto occupato e del ruolo corrispondente che, nel frattempo, si è assunto.

 

 

Si finisce, cioè, per accreditare una “autorità” generale (e generalista), sulla base di un sapere originario che è molto parziale, e che, spesso, non è più quello rilevante per i problemi da trattare e per le relazioni da intrattenere nella nuova posizione.

 

 

Così il passaggio da mestieri specialistici a condizioni di esercizio di competenze di governo, con carattere generalista e onnicomprensivo, definisce un tipo di percorso di carriera a carattere “incapacitante”, nel senso che abilita a fare cose per le quali non si è preparati.

 

 

Il tempo è certamente una delle variabili pesanti che entrano in tensione in questo processo, con la prospettiva di una riduzione crescente dei percorsi di attraversamento dei livelli intermedi della scala gerarchica e con il conseguente svilimento di ogni apporto di esperienze di contorno.

 

 

L’esperto non divaga; risparmia sui percorsi collaterali. Punta diritto alla meta, privilegiando obiettivi di efficienza e pulizia igienica nei rapporti.

 

 

Emerge, e trova conferma nel perseguimento, legittimato ex-ante, di aspettative mirate, l’orientamento a sottostimare tutte le variabili qualitative del processo  formativo alla carriera. Le conoscenze specialistiche, acquisite in buone scuole, fanno premio rispetto ai saperi che richiedono competenze più intrecciate, pratiche realmente maneggiate in contesti diversificati, e quelle intelligenze, spesso intrise di sensazioni e sentimenti, che mescolano lucidità strategica, passione e tattiche anche diversive.

 

 

Eppure, alla lunga, le culture delle imprese non sono fenomeni semplici, né semplificabili  oltre certi limiti; e comunque non obbediscono a griglie interpretative costruite su misura per carriere “monorotaia” e tutte a trazione anteriore.

 

 

Ecco perché incombe il rischio della sindrome di Felix, il gatto dei cartoni, che camminando ad occhi chiusi , come chi è esperto senza remore né dubbi, si risveglia all’improvviso, accorgendosi di camminare per aria, col destino inevitabile di combinare guai seri precipitando.

 

 

L’accesso privilegiato ai vertici di alcuni percorsi di carriera in settori specialistici ben definiti comporta anche scompensi non trascurabili nella percezione che hanno di sé gli uomini che operano in settori meno valorizzati o di moda.

 

 

E anche volendo trascurare la propensione a contribuire in misura ridotta ai destini dell’impresa, una volta capito che la storia passa sempre da altre parti, non va trascurato il tentativo di accreditamento che alcune funzioni di supporto sono portate a inseguire.  Nell’illusione di ricevere forza e potere, e interpretando spesso il loro ruolo in maniera cinicamente muscolare, emergono funzioni che amano il coro e si rendono indispensabili nei servizi di  controllo: utili nel fare rispettare le regole di un gioco che se non li comprende, alla lunga finirà per accreditarle come indispensabili.

 

 

Emergono, cioè, dei tutori. Guardiani iper-efficienti  di quei percorsi al vertice, socialmente  legittimati dal nuovo orientamento preso dalle imprese sempre più finanziarizzate, che nella tutela della sacralità dei conti sembrano celebrare la giustizia su tante chiacchiere passate e tanta riprovevole approssimazione.

 

 

Dal momento che, in azienda, sono sempre meno le posizioni che contano (e queste inevitabilmente contano sempre di più), si tratta di evitare una retorica della carriera che apra alle potenzialità di tutti. O, dio non voglia, di devianti in vena di filosofie. E se i conti si fanno tornare soprattutto maneggiando variabili finanziarie, allora tanto vale proteggere il serbatoio e crearsi qualche merito, ripulendo l’azienda da aspettative improprie e dalle scorie di vecchie ideologie gestionali.

 

 

Sembra così riemergere un filone di governo delle risorse che, bando alle chiacchiere e alle filosofie, preme per una impostazione “maschia”,  o ruvida, della dialettica interna all’impresa, consegnando le risorse umane (e il loro governo), finalmente,a una salutare svalutazione.

 

 

Perché offrire opportunità a tutti, se poi a riuscire potranno essere pochi, e quei pochi siamo in grado di selezionarli da subito sapendo dove mettere le mani?

 

 

In fondo, come qualcuno va dicendo, con ammirevole spudoratezza, gli uomini sono delle “commodities”: ce n’è più di quanti ne servano, e dunque sono perfettamente intercambiabili ai livelli medio-bassi. Non vale la pena perderci del gran tempo, con tutti i problemi che creano, tra esuberi, aspettative incongruenti, dispersione dei valori, e modesti contributi ai risultati gestionali.

 

 

E’ così che l’uomo del personale acquisirà un suo status di rilievo come guardiano delle piste privilegiate di carriera e tutore, autopromosso, delle strategie di un vertice spesso in apnea di cultura.

 

 

L’impresa perde, per questa strada, gran parte della sua “densità”: la semplificazione che riduce i percorsi e contiene il numero degli attori vocati, riduce sì le tensioni superficiali, ma prosciuga il linguaggio e le parole necessarie per animare il racconto e lasciare tracce in una storia.

 

 

Come se le storie , specie quelle di successo, non fossero spesso ambivalenti, consegnate a parole dense e, forse anche, sporche; gonfie di senso ed emotive fino al limite della razionalità.

 

 

La chiarezza, si dice. Una razionalità senza emozioni. Gli obiettivi, prima di tutto.

 

 

Sembra una strategia di guerra, ed è solo una modesta caduta in un copione provinciale, a dispetto dello slang anglo-iracheno e della muscolarità senza cultura consegnata a qualche slide (rigorosamente orizzontale).

 

 

Vigono nuove mistiche e nuove teologie, che i repertori,   le  procedure,  la retorica dei  talenti    in mano ai sistematizzatori,  interpretano pragmaticamente, quasi  che liberata dagli eccessi di pensiero l’impresa possa dispiegare in automatico la sua potenza.

 

 

Oliare  i meccanismi: c’è chi presidia  la routines e chi fa carriera al riparo di tutele di mestiere ben temperate. In fondo è tutto già quasi scritto. Anche con discreto esito finale.

 

 

Perché chiedere di più?

 

 

Eppure, come qualcuno profeticamente proclamava “l’inevitabile non capita mai; l’inatteso sempre”.

 

 

Si può dunque sperare?

Pier Luigi Celli, CorrierEconomia 31.10.05

Postato da: gruppo4ottobre a 22:02 | link | commenti (1) |

martedì, 11 ottobre 2005

“Secondo la concezione [antica] cinese, è meglio avere troppo poco che avere troppo, ed è meglio lasciare un opera incompiuta che compierla in eccesso, perchè, se è vero che in questo modo non si va molto lontano, si è però sicuri di andare nella direzione giusta. Proprio come l’uomo che vuole andare sempre più lontano verso Oriente finirà in Occidente, coloro che accumulano sempre più denaro per aumentare la loro ricchezza finiranno con l’essere poveri. La moderna società industriale che cerca continuamente di alzare il livello di vita e così facendo abbassa la qualità della vita per tutti i suoi membri è un esempio eloquente di questa antica saggezza cinese.”
— Fritjof Capra, da Il Tao della Fisica

Postato da: gruppo4ottobre a 22:57 | link | commenti |

giovedì, 08 settembre 2005

Ringrazio molto tutti voi che vorrete postare ogni tanto qualcosa. Con un'unica raccomandazione, se posso...: di non sconfinare eccessivamente in questioni per tradizione classificabili come "sindacali", e invece mettere in evidenza altri aspetti, altre "perdite", che prescindano dallo stipendio, dai contratti e dai turni lavorativi. Comunque GRAZIE a chi si sta affacciando qui con contributi nuovi! (Mir)

 

Postato da: gruppo4ottobre a 17:10 | link | commenti (2) |

Ho visto che questo blog ha esordito con un post di una operatrice telefonica.
Giustamente, probabilmente.
Credo opportuno allora proporre una riflessione di Cesare Damiano sull’argomento (e chiedo perdono a Mir per la sua lunghezza): ma per parlare della bellezza del lavoro, bisogna partire verificando quanto possa essere “brutto”….
Anche perché stiamo parlando di “persone” che lavorano.

Gli Schiavi del Call center
di Cesare Damiano

«Trecentottantaquattro euro lordi al mese di stipendio, con turnazioni su 24 ore attraverso l'utilizzo dei contratti di apprendistato. C'è stato, circa un anno fa, un accordo sindacale che doveva portare alla stabilizzazione del posto di lavoro, ma l'azienda non lo sta applicando». Mi sono fatto ripetere la cifra perché pensavo di aver capito male. Ma la cifra era giusta. Poi ho cominciato a prendere appunti per captare anche i particolari di una situazione che il mio interlocutore, rappresentante sindacale aziendale di Atesia, mi stava descrivendo.

Postato da: gruppo4ottobre a 08:25 | link | commenti (2) |

mercoledì, 07 settembre 2005

Accade che in una medesima classe due insegnanti si dividano il lavoro in due metà tempi. In quella classe facevano così: un insegnante il mattino, uno il pomeriggio. Poi, da qualche anno, qualcuno aveva pensato  di chiedere una sovvenzione al Comune : si trattava di un po' di budget supplementare per dare ai due insegnanti la possibilità di conoscersi anche fra loro due. Come? Molto semplice: il mercoledì mattina si lavora insieme, e  per il resto della settimana scolastica come sempre, ossia metà tempo l'uno e metà l'altro.

Finché non sopraggiungono i...TAGLI.  E' la fine del budget supplementare, ci dispiace, signori, si ritorna al modello precedente.

E INVECE.....

Ben tre insegnanti del medesimo circondario hanno deciso di infischiarsene, di questi tagli. E così il mercoledì si trovano insieme comunque a lavorare nella classe, perchè è il solo modo per armonizzare competenze, feeling,contatti con i ragazzi, simpatie, progetti educativi....Gratis. (ma è giusto? l'avrei fatto anch'io, ma è giusto?) 

Tutto questo pur di poter continuare a

LAVORARE BENE.

 

Postato da: gruppo4ottobre a 13:51 | link | commenti (2) |

giovedì, 11 agosto 2005

(Mir) Testimonianza di un'operatrice telefonica (trovata nei commenti di un blog )

mi sono laureata in Legge 4 anni e un mese fa, e non riesco atrovare un lavoro che mi permetta di vivere.
Così, per sopravvivere, so che c'è questo immenso bacino di lavori telefonici. Difficili, ti portano a contatto con il peggio della vita...forse perchè le persone credono tu sia quasi una voce pre registrata, un nulla che parla, e non hanno pudore a nascondere il peggio di sé stessi. Parolacce e inviti alla morte rapida inclusi.
Si viene a contatto con tanta umanità (e disumanità), pur non toccandola. E ci si esaurisce, si spremono le energie. A me, purtroppo, piazzano sempre alla vendita. Siccome non vendo, poi mi cacciano, poi non guadagno, a settembre mi metterò a lavare scale. L'affitto lo debbo pur pagare... Lo sapesse la signora che mi ha coperto d'insulti giorni fa, dicendo che noi giovani non lavoriamo perchè non ne abbiamo voglia...

Postato da: gruppo4ottobre a 20:47 | link | commenti (4) |

venerdì, 22 luglio 2005

DEFINIZIONE DI MOBBING
situazione di pressione/terrorismo psicologico sul luogo di lavoro, raramente sfociante in atti di violenza fisica, esercitata attraverso condotte sistematiche, durature ed intense, da parte del datore di lavoro (mobbing verticale) o di colleghi (mobbing orizzontale), di accerchiamento attivo di un lavoratore, con:
  • aggressione e/o menomazione alla capacità comunicativa, di relazione sociale, e all’immagine sociale;
  • disconoscimento o compressione dei diritti elementari per inesplicate “cause di servizio”;
  • attribuzione di mansioni dequalificanti o degradanti.
 
DEFINIZIONE DI BOSSING
tipo di mobbing cosiddetto “strategico”, attuato in esecuzione di piani persecutori, con finalità di riduzione (per contenimento dei costi) o di “svecchiamento” del personale, in situazioni di non praticabilità del licenziamento.
DEFINIZIONE DI SIDE MOBBER
collega di lavoro non attivamente coinvolto nella pratica di mobbing ma silenzioso spettatore di essa, in una situazione di accerchiamento passivo favorente la creazione di sacche di omertà che rendono difficoltosa la prova del mobbing.

Partenza classica?

Postato da: gruppo4ottobre a 10:38 | link | commenti (6) |

domenica, 17 aprile 2005

 

Benvenuti sul nuovissimo blog

 LAVORO E BELLEZZA

 

 ciao dal Gruppo 4 Ottobre

 

Postato da: gruppo4ottobre a 15:44 | link | commenti (10) |